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«Una depressione può colpire come un fulmine a ciel sereno»

Il Professor Florian Holsboer è tra i ricercatori più illustri al mondo specializzati nel campo della depressione. Il chimico e medico ha curato personaggi famosi, tra cui l’ex portiere tedesco Oliver Kahn o il calciatore della nazionale tedesca Sebastian Deisler. Nell’intervista, Holsboer parla dei rischi della depressione, della sua cattiva reputazione e di come riuscire a sconfiggerla.

Florian Holsboer

Il Prof. Florian Holsboer è stato per 25 anni direttore dell’Istituto Max Planck per la psichiatria. Le sue scoperte nel campo della terapia della depressione sono considerate rivoluzionarie.

Professor Holsboer, le depressioni sono molto diffuse. Eppure tante persone affette hanno paura di parlare apertamente della loro malattia. Come mai?

Perché, a differenza del diabete o dei reumatismi, non è possibile dimostrarne la presenza nel corpo. Non ci sono valori di laboratorio. Ed è per questo che è molto più difficile capacitarsi di esserne affetti e accettarla.

La si può definire semplicemente malattia della psiche?

No. La depressione è una malattia organica come lo sono anche altre malattie. I meccanismi d’innesco però sono così minuscoli da non poter essere visti. Essi avvengono nei circuiti neuronali fittamente ramificati del cervello.

Il cervello è malato?

Sì, la depressione è una malattia del cervello. Il cervello è il luogo in cui la malattia si evolve. E non si tratta di un qualsiasi organo, ma dell’organo più importante e più complesso del nostro corpo e anche quello che consuma più energia in assoluto.

E come nasce la depressione?

Attraverso processi biochimici, innescati dagli influssi ambientali come lo stress. Un altro fattore è la predisposizione – ereditata dai genitori o sviluppata nel corso della vita, ad esempio in seguito a un trauma nell’infanzia.

Una predisposizione può svilupparsi nel corso della vita?

Sì. In questo caso si parla di epigenetica, in cui gli influssi esterni alterano l’attività dei nostri geni. Dico sempre: il DNA non è un luogo tranquillo.

È possibile sviluppare una depressione senza fattori esterni?

Certamente. Può anche colpire come un fulmine a ciel sereno. Si cercano spiegazioni e non si trovano. O si costruiscono. Molti si lamentano di un burn-out, socialmente più accettabile dalla collettività, ma in realtà hanno una depressione.

Da cosa mi accorgo di avere una depressione?

Se si vive in uno stato di profonda tristezza e non si è più capaci di trarre piacere dalle attività che in passato procuravano gioia. Quando ci si estranea, persino dalla famiglia e dagli amici. Quando tutto diventa pesante e faticoso e si pensa solo a quanto si stia male.

Come riesce il medico a diagnosticarla se è così difficile dimostrarne la presenza?

Egli riassume in punti diagnostici concreti le impressioni raccolte durante il colloquio con il paziente. Prima di tutto però è importante escludere altre malattie. L’apatia, la stanchezza o lo stato d’animo negativo possono essere dovuti anche ad altre malattie, ad esempio a una malattia tiroidea oppure al Parkinson o all’Alzheimer nello stadio iniziale.

Occorre quindi un buon medico che prenda in considerazione tali eventualità e non prescriva subito antidepressivi.

Esattamente. Gli psichiatri devono essere dei buoni medici. Non è sufficiente saper collaborare bene con il paziente a livello terapeutico e non tener conto però della medicina convenzionale.

Bisogna rivolgersi sempre subito al medico? La depressione non può guarire da sé?

No. Sottoponendosi a un trattamento insufficiente o non sottoponedovisi affatto, si corre inevitabilmente il rischio di favorire una cronicizzazione della malattia, cioè che una depressione diventi permanente. E una cronicizzazione porta direttamente all’invalidità precoce. Inoltre, essa agevola anche il rischio di sviluppare altre malattie.

Ad esempio?

Malattie cardiovascolari, diabete o malattie neurodegenerative come il Parkinson e l’Alzheimer.

Perché le persone che soffrono di gravi depressioni si suicidano?

È praticamente impossibile capire il motivo che spinge un individuo del resto sano e che è nel pieno della vita a compiere un atto simile. Quando lavoravo ancora nella clinica i pazienti mi dicevano: «Sa, ho già avuto una grave operazione – o un cancro – ed è stata un’esperienza davvero terribile. Ma quello che sto passando ora a livello emotivo a causa di questa depressione, quel sentirsi apatici, il non voler più nulla, il non sentire più nulla è molto peggio.» Queste parole mi sono sempre rimaste impresse.

Davvero incredibile!

Sì. E questa mancanza di vie d’uscita porta a togliersi la vita. Il suicidio è una gravissima conseguenza della depressione. I pazienti affetti da altre malattie fisiche gravi tendono di rado a porre fine alla propria vita, benché in tal caso sia meno difficile capire il gesto. La depressione è quindi una malattia pericolosa – una delle più gravi che si possano avere. È una malattia potenzialmente letale. Ogni anno si commettono nel mondo oltre un milione di suicidi, scaturiti quasi sempre da una depressione.

Qual è il trattamento giusto per curare una grave depressione?

Quello farmacologico, combinato con una terapia della parola. I criteri della depressione sono uguali per tutti, ma le cause variano da persona a persona. È per questo che non tutti dovrebbero sottoporsi allo stesso trattamento e assumere lo stesso medicamento. I medicamenti non hanno lo stesso effetto su chiunque.

Come si fa a sapere quale medicamento è quello giusto?

Abbiamo scoperto che attraverso il DNA è possibile prevedere se un individuo risponde o meno a un determinato medicamento. Oggi, gli psichiatri si avvalgono della loro esperienza personale nel prescrivere un medicamento a un paziente con una certa sintomatologia. In futuro, la diagnostica del DNA in laboratorio li aiuterà a trovare il medicamento giusto nella dose giusta. Questo rappresenta il grande salto quantico nel trattamento psichiatrico.

È proprio necessario prendere medicamenti? Non può bastare una terapia della parola?

Non in caso di depressioni gravi. Oggi, un individuo su cinque affetto da grave depressione è curabile solo in parte e uno su dieci rimane depresso cronico. Sono cifre spaventose e dimostrano anche che con i medicamenti odierni riusciamo a ottenere risultati positivi nel trattamento solo in un numero troppo esiguo di pazienti. Ci mettono troppo tempo ad agire e si hanno troppi effetti collaterali. Questi tre «troppo» sono importanti.

Qual è l’incidenza delle depressioni? Nei mass media circolano tante cifre diverse.

Sono molto frequenti. Una quota compresa tra il dieci e il quattordici percento della popolazione si ammala di una grave depressione nel corso della vita.

I casi sono in aumento?

Difficile a dirsi. È vero che le depressioni vengono diagnosticate più di frequente, ma dubito che ci si trovi di fronte a un’incidenza maggiore della malattia. Oggi se ne parla di più, si accetta la malattia, anche grazie a personaggi famosi affetti da depressione come Catherine Zeta-Jones o Lindsay Vonn.

Si sente spesso dire che le depressioni siano un fenomeno del nostro tempo caratterizzato per lo più dallo stress. È vero?

No, le depressioni non sono nulla di nuovo. In passato, le si chiamava con un altro nome, ad esempio «malinconia» o «atrabile». La malattia esiste già da migliaia di anni. Fin dall’antichità.

Chi ne è più colpito: uomini o donne?

Per quanto concerne le depressioni lievi sono le donne a prevalere – anche perché sono più disposte ad ammettere la malattia nei sondaggi. Per quanto riguarda, invece, le depressioni gravi, uomini e donne ne sono colpiti allo stesso modo.

E considerando le fasce di età?

Colpisce prevalentemente gli individui in età più giovane ed è la causa principale di invalidità precoce e incapacità al guadagno. Priva il mondo del lavoro della sua forza lavoro qualificata. Basti pensare a dei trentenni che, dopo un lungo periodo formativo, potrebbero cominciare finalmente a lavorare e vengono poi però afflitti da depressioni. Questi sono fatti che hanno un’enorme rilevanza a livello socio-economico. Anche perché siamo noi tutti a dovercene fare carico.

Cosa devo fare se mi accorgo di accusare io stessa dei sintomi di cui ha parlato all’inizio?

È una domanda difficile. Se ha una distorsione al ginocchio può riflettere e decidere, potendo appellarsi al suo buon senso, di andare subito dall’ortopedico. Se il cervello è malato, è difficile utilizzarlo per riflettere sul da farsi. Questo è il problema principale. Chi avverte dei cambiamenti dovrebbe far accertare i sintomi dal medico.

E cosa fare se ci si accorge di eventuali segni di depressione in un familiare? Basta essere pazienti oppure occorre fare qualcosa di più?

Ad ogni modo, non si dovrebbe suggerire di fare un bel viaggio. Non serve a niente. Si porterebbe dietro comunque la sua depressione. E mai esprimere rimproveri del tipo: «Datti una calmata, dai che stai bene, perché sei scontento?» Sconsiglio anche di farsi prendere dall’ambizione terapeutica di sapere curare qualcuno.

E quale sarebbe la cosa giusta da fare?

Sarebbe opportuno chiedergli apertamente: «Non so perché, ma non sei più lo stesso di prima. C’è qualcosa che ti preoccupa?» E se il sospetto che si tratti di depressione si fa più concreto, si dovrebbe dire: «Dai, ho letto che è qualcosa che succede di frequente» e poi mostrargli questa intervista e dire: «Vedi, è una malattia come tutte le altre. E come per ogni malattia, si va dal medico e gli si chiede un consiglio. E se si è convinti, si segue questo consiglio e si affronta la malattia. Il medico cerca lo schema terapeutico adatto a te e, con i medicamenti giusti e una terapia della parola, starai di nuovo bene in pochi mesi, magari anche prima.»

Mi sembra convincente.

Sì. Se ci si rivolge alla persona malata in questo modo, le si fa del bene.

Intervista: Daniela Diener